Un analfabeta funzionale, quindi, anche se apparentemente autonomo, non capisce i termini di una polizza assicurativa, non comprende il senso di un articolo pubblicato su un quotidiano, non è capace di riassumere e di appassionarsi ad un testo scritto, non è in grado di interpretare un grafico.
Non è capace, quindi, di leggere e comprendere la società complessa nella quale si trova a vivere.
Ed ecco perché un analfabeta funzionale è sì in grado di utilizzare Facebook, ma non comprende il senso di un testo, si limita a trarre conclusioni, spesso solo lasciandosi fuorviare dal titolo, non costruisce analisi articolate, paragona il mondo alle sue esperienze dirette e si lascia facilmente irretire e coinvolgere in quelle cicliche e ripetute bufale che popolano il web in una spirale senza fine di imbecillità e di idiozia.
Non sa inferire, fare deduzioni o induzioni, risalire dal particolare all'universale e viceversa, non riesce a riflettere per capire e a capire per riflettere.
Viene da ripensare all’intervento di Umberto Eco in occasione della laurea honoris causa in “Comunicazione e cultura dei media”.
Sicuramente Facebook ha dato voce a “legioni di imbecilli”, ma certamente ha dato voce a milioni di analfabeti funzionali.
Contro di loro è tutto inutile. Anche se gli strumenti sono semplici e a portata di mano. Ma se entri nelle loro case ti basta uno sguardo per capire tutto: televisori ultima generazione da 55 a 65 pollici ma meno di 20 libri; anzi se chiedi loro quando è stato che hanno letto ultimo libro scopri che è stato per esami di maturità o di laurea.
E si perché qui non stiamo parlando di analfabetismo vero e proprio ma di un analfabetismo di ritorno che si nutre di vuoto e di assenza di stimoli, di analisi e di riflessione critica. Un cervello non allenato, non nutrito di libri, riflessioni, approfondimenti, non riesce più a distinguere tra fatti e opinioni, oppure se riesce ancora a farlo non sa comprendere che “i fatti in sé sono stupidi mentre le teorie sono intelligenti” e con il tempo il cervello di un analfabeta funzionale diventa razzista, violento e aggressivo.
E allora, forse, aveva ragione il buon vecchio Arthur Schopenahuer che, dopo l'insuccesso del suo postumo capolavoro (Il mondo come volontà e rappresentazione) scrisse un libello (Aforismi sulla saggezza del vivere) che gli procurò una tardiva fama:
“Discorsi o idee intelligenti si possono esporre soltanto ad una società intelligente; nella comune invece riescono odiosi poiché per piacere a questa è assolutamente necessario essere superficiali e di cervello limitato”.
Come scrive Simone Tornabene sul blog: parole ostili: Il pericolo non è essere ignoranti, ma non sapere di esserlo.
A seguito di importanti eventi politici del 2016 (Brexit e Trump in particolare), abbiamo sentito sempre più spesso parlare di Post-Verità (Post-Truth), tanto che l’Oxford Dictionary l’ha eletta a Parola dell’Anno 2016. La Post-Verità è la manifestazione più pericolosa dell’ignoranza elaborativa e ne dimostra un tratto pericoloso: l’assenza di dubbio.
L’ignorante del 1940 aveva deferenza verso il non-ignorante, una deferenza motivata spesso dalla percezione della propria ignoranza. L’ignorante del 2016 spesso non sa di ignorare, tutt’altro: eleva la propria opinione (spesso non-informata) a verità, dandole dignità di relazione con verità acquisite scientificamente. Secondo il Trust Barometer di Edelman nel 2016, a livello mondiale, l’opinione dei pari, vale tanto quanto o più di quella degli esperti, nella percezione della massa (e a questo si accompagna una distanza senza precedenti tra la visione del futuro della minoranza informata e la prospettiva pessimistica e conservatrice della massa non informata).
