Riceviamo e pubblichiamo 26-11-2018
Donne morte per il rancore che nega l’amore!
di GAETANO MARTORANA.
Ieri ho provato una profonda tristezza leggendo di tante manifestazioni sul Femminicidio, i buoni propositi sono tanti ma intanto la malerba della violenza prolifera e si insedia ovunque, come la parietaria, e mentre si ricordano dei delitti altri se ne sommano ai precedenti. Mentre leggevo mi sono ricordato che, qualche anno fa, anche a Villabate è avvenuto un orrendo delitto di questo genere, documentandomi ho scoperto che Villabate c’entrava solo perché l’assassino era un villabatese, ma il delitto si è consumato nel palermitano.
Vittima di questo infame delitto è stata una giovane di 26 anni che lasciava un bambino di 24 mesi.
Qualche anno fa ho scritto un monologo, che lessi l’8 marzo alla biblioteca Salmeri. Carmela Petrucci fu la centesima vittima del 2012, una studentessa di 17 anni che fece scudo con il suo corpo per proteggere la sorella Lucia, contro la quale si è scatenata la furia omicida di un inqualificabile assassino che, diceva di amarla.
Se questo è amore, - disse una ragazza che assisteva alla lettura - meglio essere odiate, almeno si sa quello che potrebbe succedere. Lucia è sopravvissuta, oggi guarita dalle ferite del corpo, ma quelle dell’anima sono guarite?
Un villabatese si è accanito contro la povera Rosi Bonanno, colpita con inaudita violenza da 16 fendenti, lasciandola sul pavimento di una cucina che, dovrebbe essere il focolare domestico.
Queste delitto, è un drammatico esempio della burocrazia che, non ha messo l’arma in mano all’assassino ma non ha fatto nulla per impedire che quella mano colpisse con feroce violenza una ragazza.
Le cronache dell’epoca raccontano che la poverina aveva fatto due denunce e una segnalazione ai carabinieri, dopo aver subito un aborto e tentato un suicidio. Intanto è stata uccisa sotto gli occhi del suo bambino, i servizi sociali avrebbero dovuto valutare, la necessità di trasferire, madre e figlio in «idonea comunità», ma la povera Rosi aveva ritirato le denunce, gli assistenti sociali non sono potuti più intervenire.
Io credo che questi organi, in queste occasioni, dovrebbero avere autonomie decisionali, e forse alcune “femmine” non sarebbero diventate vittime del femminicidio, non si sarebbero trovate sole a combattere una battaglia che non potevano vincere contro la violenza di uomini che li ritenevano esclusiva proprietà su cui avere poteri di vita e di morte.
I parlamentari dovrebbero legiferare in modo perentorio che consentano ai preposti a poter decidere anche quando, per amore o per timore, una donna ritira la denuncia e come per altri delitti procedere d’ufficio. Questo dovrebbe avvenire anche attraverso una semplice segnalazione, con prudenza, senza eccessi, rispettando la privaci di queste vittime. Anche quando non si è in presenza di denunce formali, ed avere un’attenzione maggiore per il problema.
È evidente che, questo inserito nel codice penale, potrebbe diventare l’arma di contrasto contro qualsiasi forma di violenza sulle donne.
A maggio di quest’anno, i mass media ci hanno informato che a Roma un affiliato al clan mafioso del Lazio, in un bar ha manifestato tutto il suo livore contro una disabile che, aveva il torto di precederlo in coda per essere servito al banco. Il gestore con un gesto di coraggio ha difeso la ragazza rischiando gravi rappresaglie su di lui e la sua famiglia.
Questo è il segno tangibile che se abbiamo debellato per una grande percentuale l’omertà mafiosa ma non siamo riusciti ancora ad educarci al rispetto delle donna, spesso non siamo capaci ad intervenire in prima persona, come ha fatto il gestore di quel bar, davanti alla mancanza di rispetto nei confronti di una donna.
La mancanza di rispetto, anche questo è un delitto. Come è un delitto quello fatto da uno studente che, di nascosto ha tirato una sedia alla sua insegnate, mentre questa girata di spalle al suo aggressore non poteva vederlo, io penso che questo non è solo un delitto, ma pure un’azione di vigliacchi. Questo “il coraggio dei vigliacchi” sta diventando una regola.
Consideriamo che a scuola, alcuni allievi, per non avere problemi fanno finta di non vedere, facendo proliferare il bullismo, allora rendiamoci conto che la nostra società sta sbagliando tutto, ha bisogno di un sano ricovero all’ospedale per ripristinare il senso dell’educazione smarrito.
Questo ritorno del vecchio stile dell’omertà favorisce la sindrome delle tre scimmiette, io non vedo, io non parlo, io non sento.
Il marito della povera Rosi, morta a soli 26 anni, è stato condannato a 30 anni di carcere ma chi consolerà, un bimbo rimasto orfano, la mamma è morta, il padre è in galera lui quale amore di figlio avrà?
Se Rosi avesse scritto un diario su tutte le violenze subite, poteva diventare un tomo alto quanto un vocabolario. Amici e conoscenti hanno raccontano che la vittima durante la convivenza con il marito, non poteva permettersi di girare di notte le spalle al marito perché «girandosi gli avrebbe mancato di rispetto».
Questo omicidio è stato l’ultimo atto di una serie di soprusi inflitte dal suo compagno e dai suoceri, che l’hanno costretta a vagare per cinque domicili diversi.
Questa ragazza dopo aver subito la violenza sessuale iniziale, ha imparato a subire dal quell’uomo che l’aveva ridotta sua vittima, un cattivo soggetto sempre alla ricerca di denaro, che aveva venduto l’arredamento di casa per soddisfare i suoi vizi. La rassegnazione per una morte annunciata si respirava da tempo come un ineluttabile destino segnato, considerato con rassegnazione un delitto inevitabile.
Questa povera ragazza ha affrontato da sola la sua via crucis che ha portato alla sua una crocifissione, una donna che subisce un ricatto per non perdere la custodia del figlio.
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NB : la foto è di Capo Pippo
